Conoscere gli altri: empatia ed immedesimazione

Capita un po’ a tutti di ritrovarsi tra persone sconosciute, con le quali ancora non si è entrati in confidenza e si deve instaurare il primo rapporto. Approcciarsi a qualcuno che non ci conosce richiede una certa dose di tatto e intuito:

se si vuole fare una buona impressione bisogna cercare di essere se stessi ma limare i lati del carattere che potrebbero urtare gli altri e che potrebbero essere fraintesi in una situazione simile. Successivamente, una volta che le prime conversazioni sono passate, si inizia a delineare quello che può essere un rapporto di amicizia.

Per far sì che sia tale, e che quindi vada tutto a gonfie vele, lo sforzo che facilita più le cose è ascoltare chi si ha davanti, capire il suo punto di vista e quindi immedesimarsi e riuscire a provare la sensazione da lui implicata attraverso le sue parole. Avere un’intelligenza emotiva è la base per avvicinarsi agli altri. Al contrario, avere la presunzione di piacere a tutti solo per come si è, senza sforzarci di mediare e di provare a valutare personalmente se riusciamo e vogliamo avere un rapporto con qualcuno, è un comportamento antisociale che non è tipico dei più forti ma dei più deboli, dei più insicuri.

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In psicologia, l’empatia viene concettualizzata da una parte come capacità di partecipazione emotiva – ovvero la condivisione dell’emozione – e dall’altra l’abilità di capire e comprendere a fondo il punto di vista e i pensieri degli altri. Tutto questo è ulteriormente rafforzato da una parte di immaginazione che permette di immaginarsi al posto dell’altro.

Il grado di empatia che dimostriamo varia in base al rapporto stabilitosi con quella persona, infatti più siamo vicini all’appartenente del gruppo, più riusciremo a partecipare ai suoi problemi. Bastano poche interazioni per migliorare esponenzialmente questa capacità. C’è da dire che alla base c’è anche una competenza innata, ma questa non basta da sola: viene infatti plasmata dal resto dei fattori. Nel caso in cui siano presenti pregiudizi e stereotipi negativi, ovviamente il grado di empatia sarà decisamente minore, ma grazie allo studio pubblicato recentemente sul Proceedings of the National Academy of Sciences, è stato dimostrato che non è così difficile invertire il processo ed annullare i pregiudizi.

Bastano poche esperienze positive per permetterci di porci in maniera totalmente diversa rispetto a qualcuno. Per questo motivo dobbiamo sempre provare ad avere una mente aperta, a non scoraggiarci se non piacciamo a qualcuno ma al contrario trovare lo stimolo per invertire la rotta e dall’altro lato essere pronti a mettere in gioco la nostra prima impressione. Quante volte vi sarà capitato di cambiare idea su una persona?

Cosa c’è alla base dell’empatia? La risposta è semplice, la comunicazione. Per riuscire a legare, infatti, non dobbiamo scordarci che dobbiamo saper comunicare efficacemente, rispettando tutte le componenti che entrano in gioco durante un’atto comunicativo. Solo così si realizzerà quello che può essere definito il contagio emotivo.

Personalmente lo chiamerei anche contagio neuronale: grazie alle indagini di vari neuroscienziati è stato infatti dimostrato che nel momento in cui si osserva un individuo compiere un azione si mettono in moto gli stessi neuroni che si attivano se quella azione viene svolta da noi. Questi neuroni sono chiamati neuroni specchio e ci aiutano a comprendere come sia possibile che riusciamo a sentire le stesse emozioni degli altri, anche solo immedesimandoci nel loro racconto. Anche per questo, le doti di empatia nei bambini sono spesso minime e si sviluppano crescendo, più o meno intorno ai 6 anni.

Com’è che l’empatia aiuta così tanto i rapporti interpersonali? Perché promuove comportamenti prosociali e inibisce l’aggressività, favorendo la componente motivazionale che ci spinge a voler aiutare l’altro, a spingerlo verso uno stato maggiore di benessere.

Certo, l’empatia è automatica e involontaria, non possiamo forzarla o aumentarla consapevolmente (vi siete mai accorti che durante questi momenti spesso si assume la stessa espressione e postura dell’interlocutore senza nemmeno accorgercene?). Detto questo, è anche vero che ci sono componenti che dipendono da noi: viene influenzata dal grado di attenzione che porgiamo verso chi parla, dalla voglia di partecipare nella conversazione e dal nostro grado di socievolezza e infine da fattori di personalità che sono legati alle nostre esperienze vissute.

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pic by @Startup Stock Photos

Cosa succede quando si empatizza con qualcuno? Ci mettiamo in gioco, ci chiediamo inconsciamente se è nostro dovere aiutare l’altra persona. Se la risposta alla nostra azione empatica è positiva, ripeteremo lo stesso modello in futuro. In caso contrario, sta a noi gestire l’imprevisto di una risposta negativa – che può essere stata causata da interpretazioni diverse di ciò che sarebbe dovuto accadere e quindi da una inaspettata reazione da parte di chi riceve l’atto empatico. Quello che entra in gioco durante queste fasi sono fattori come gli sguardi, le espressioni, i vocalizzi, le posture. Saper leggere i movimenti del corpo e i micromovimenti facciali aiuta sicuramente a interpretare l’altro e fornire risposte adeguate a ciò che si aspetta.

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3 pensieri su “Conoscere gli altri: empatia ed immedesimazione

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